GIRO DELLA PADANIA :ANCORA PROTESTE ANCHE IN TRENTINO –

giro di padania,scontri,sponsorNonostante l’intervento di Francesco Moser ,a favore di quello che sarà ricordato come il ” giro degli scontri ” anche nel trentino,patria di Moser , vi è stato chi ha contestato i corridori con urla e fischi ,senza arrivare alle vie di fatto come altrove .

Poche le persone a festeggare i corridori ,mentre la polizia del secessionista Maroni, pagata da noi ha raddoppiato l’organico per l’occasione .

Il varesino Ivan Basso ,bell’esempio di atleta squalificato per doping   , ha indossato finalmente l’agognata maglia verde .

Era lui che alla vigilia del giro di dimostrava entusiasta per la corsa .

Oggi la corsa si concluderà nel vicentino, a Montecchio Maggiore , città diventata famosa perchè la sindaca leghista è stata la prima a discriminare i bambini di 5-6 anni i cui genitori non potevano pagare la mensa per la crisi economica .

Ovviamente i bambini ( 8 in tutto )    , lasciati a pane ed acqua ,erano figli di extracomunitari .

Bell’esempio di carità cristiana ,per i difensori del crocefisso che umiliano i bambini ,segnandoli per tutta lavita .!

 

 

GIRO DELLA PADANIA :ANCORA PROTESTE ANCHE IN TRENTINO –ultima modifica: 2011-09-10T12:03:00+02:00da andrea2191948
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Un pensiero su “GIRO DELLA PADANIA :ANCORA PROTESTE ANCHE IN TRENTINO –

  1. PADANIA: UNA TERRA AL COLLASSO

    Il “Giro della padania”, come le ronde padane, come il rito dell’ampolla, come il film corale della Lega, “il Barbarossa” di Renzo Martinelli (regista dei kolossal flop – trenta milioni di finanziamento), che voleva essere il Te Deum della Padania libera, consegnando alla storia del cinema anche il fotogramma di Umberto Bossi in primo piano e, federalismo compreso, appartengono a quella serie di baggianate mitiche (pirlate celtiche) che hanno contraddistinto, caratterizzato e definito una delle formazioni politiche più burine, incolte e grottesche, che un parlamento abbia mai ospitato! Seconda solo al berlusconismo!!
    Vorrei ricordare ai signori della Padania che, in soli cinquant’anni, hanno trasformato il loro territorio in un deserto. Pesticidi, diserbanti, antiparassitari e intrugli chimici di ogni genere, hanno, per sempre, resa sterile la terra (un tempo) più fertile e produttiva del nostro paese. L’uso e l’abuso, poi, di tonnellate di fertilizzanti, di concimi chimici, e alimenti dopati per uso animale, fanno dei prodotti di questa terra, quanto di più inquietante potremmo trovare sulle nostre tavole.

    Nell’acqua usata per irrigare campi e prati, sono disperse percentuali inimmaginabili di diossina, metalli pesanti, arsenico, pcb, clorurati, e un’infinita varietà di veleni industriali che una moltitudine di fabbriche fumanti riversano nei fiumi, trasformandoli in cloache a cielo aperto. La loro flatulenza e miasmi, si mescola poi con l’aria circostante già pregna di CO2 e fumi tossici di ogni natura.

    L’Italia del nord, risulta essere uno fra i tre posti più inquinati e caotici del pianeta. Ha inoltre il primato e il vanto di ospitare la più grande industria chimica d’Europa. Tradizioni e folclore, di un tempo, si sono ridotti ad una fotocopia sbiadita, ad una festa volgare e patetica, dove il vociare scomposto riflette una realtà miserevole e in decomposizione. “E la gioia, per lo più, é assente. Essa sola, ha disertato la festa”. A.S.
    Una gran parte dei prodotti di questo territorio sono OGM.
    Il mare Adriatico, partendo dal golfo di Trieste in giù, fino a Bari, è uno fra i mari più inquinati e contaminati del Mediterraneo (e non solo). Come non potrebbe essere diversamente, quando la più grande industria chimica d’Europa, orgoglio dei padani, ha sede nel caotico Nord?
    In questa enorme vasca da bagno, si riversano alcuni dei fiumi più tossici d’Europa e del Mediterraneo. Il Po’, fiore all’occhiello della Lega e meta di riti comico-pagani, accoglie nel suo percorso verso l’Adriatico, affluenti come, il Lambro, l’Olona, il Ticino, l’Oglio, il Mincio, l’Adda, il Sesia, l’Arno (una vera fogna) ecc, e infiniti rigagnoli e torrentelli che, con il loro carico di bombe chimiche (pcb, diserbanti, pesticidi, fertilizzanti, metalli pesanti, & c.), vanno ad aggiungersi alle flatulenze e miasmi del “Grande Fiume” padano per finire, come lo scarico di un grande cesso, nell’Adriatico selvaggio che erboso “era” come i pascoli dei monti!! Gli estrogeni, derivanti da fonti animali, sono 50 volte superiori alla media – un dato, più che allarmante! Una vera calamità!
    Se a tutto questo, aggiungiamo gli infiniti scarichi delle stazioni balneari, e le tonnellate di abbronzanti, creme rassodanti, snellenti, tonificanti e rivitalizzanti ( trionfo della chimica) che milioni di bagnanti senza speranza, cospargono sui loro corpi deformati da anni di sedentarietà invalidante al chiuso di asfittici e mortificanti uffici e di malsane fabbriche fumanti, allora, ogni speranza a trascorrere una vacanza salutare e rigenerante, viene miseramente disattesa.
    Non possiamo non considerare, nonostante la loro natura (in parte biologica), migliaia di ettolitri di urina, sputacchi e scorregge che pur mimetizzandosi fra le torbide e basse acque, concorrono ad elevare la percentuale di inquinamento del “Grande Stagno”.
    Ciò nonostante e per un perverso meccanismo introdotto dal “profitto ad ogni costo” (che, sulla mistificazione della realtà ha mercificato ogni cosa e valore), il litorale adriatico è costellato da “bandiere blu” a certificare il massimo livello di qualità di queste mete turistiche e di uno svago senza precedenti!
    Un altro primato della civile ed evoluta Padania e regioni del nord in generale, é il consumo, di farmaci antidepressivi e di cocaina. Lo dice il “Rapporto Osservasalute 2010” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Un dato, che misura nel merito, il grado felicità (oramai sotto lo zero) di questo popolo e il suo livello di frustrazione e repressione. Una condizione patologica grave, dal potere destabilizzante che, per reazione, relativa a un singolare spirito autoconservazione dai connotati psichiatrici, finisce per innescare pulsioni secessioniste, odio razziale, manie di persecuzione e gravi patologie del sistema nervoso con relative conseguenze. L’assenza poi di una cultura fortificante, solidale e socializzante, tradisce ogni forma di consapevolezza, annullando così ogni gratificante e rigenerante impulso di autostima.
    Per tanto, parlare di evoluzione del popolo padano, è a dir poco sconcertante. Da una sommaria osservazione dei “volti” e, dell’aspetto in generale di alcuni fra i suoi più eminenti rappresentanti (Maroni, Bossi, Speroni, Borghezio, Calderoli, Trota & C.), viene più facile pensare ad una mutazione genetica degenerativa. Poveri Celti!!

    Vorrei anche sfatare il luogo comune che li vuole lavoratori instancabili e indefessi, ricordando loro che, la fatica dell’uomo veramente evoluto, è l’espressione della sua volontà e della sua conoscenza che, in virtù di tradizioni millenarie e nel rispetto della natura e delle sue leggi, si esercita e si esprime con la sola forza delle braccia e con l’umiltà della bellezza.
    Quella delle società industrializzate, in verità, non è che una moderna forma di schiavitù – un lavoro a perdere; l’applicazione sterile, privata di ogni contenuto rigeneratore e gratificante; l’illusione di esseri liberi, in una società che opprime.

    Tutto questo, è il risultato di un’ignoranza coltivata nel tempo e di un arrogante infantilismo che, nel razzismo e nell’omofobia, fa esplodere tutta la sua violenza giustizialista, espressione di assenza di consapevolezza e di cultura.
    Presto, quando la disoccupazione nel settore dell’industria, raggiungerà livelli tali, da spazzare via ogni dubbio sulla gravità della situazione attuale, dovremo essere in grado di riconvertire lavoro in fatica, la subdola tecnologia in manualità specializzata e l’arido apprendimento, nell’ancestrale conoscenza. Sono questi i soli strumenti idonei e indispensabili per sopravvivere ad una tragedia annunciata da tempo, dalle persone ragionevoli.

    La pianura Padana, presto, presenterà il “conto” ai suoi abitanti che, ahimé, non sapranno onorare.

    GIANNI TIRELLI

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